In un’epoca in cui il benessere personale è al centro del dibattito pubblico, dalla crescente attenzione alla salute mentale al boom del wellness, emerge una realtà complessa e spesso contraddittoria. La WIN Worldview Survey, condotta in 39 Paesi e con il contributo di BVA Doxa per l’Italia, offre una fotografia dettagliata dello stato di salute percepita e degli stili di vita adottati, evidenziando una distanza significativa tra ciò che le persone credono riguardo al proprio benessere e le loro effettive abitudini quotidiane.
L’indagine ci consegna un messaggio chiaro: sentirsi sani non equivale necessariamente a vivere in modo sano. In Italia, ad esempio, il 79% della popolazione si considera in buona salute, ma questo dato si scontra con livelli preoccupanti di stress, sedentarietà e uso di farmaci. A livello globale, il quadro non è meno complesso: mentre molti Paesi vantano una percezione ottimistica della propria salute, fattori come disuguaglianze educative, digitali e socioeconomiche continuano a minare il benessere reale.
Le principali evidenze
Sentirsi sani non equivale a vivere in modo sano.
A livello globale, il 75% delle persone si considera in buona salute – un dato stabile dal 2018 – ma questo ottimismo soggettivo non sempre riflette abitudini salutari. In Italia la percezione è ancora più alta (79%), ma varia significativamente con l’età: dall’85% degli under 25 si scende al 69% tra gli over 64. Non emergono differenze rilevanti tra Nord e Sud Italia, ma al Centro la percentuale cala leggermente al 75%.
Paesi come Indonesia (97%), Vietnam (92%) e India (91%) guidano la classifica della percezione positiva della salute, mentre Slovacchia (56%), Polonia (59%) e Cile (60%) riportano valori più bassi. Tuttavia, il livello di istruzione risulta determinante: il 21% di chi possiede un master o un dottorato si considera “molto sano”, contro il 14% di chi ha solo l’istruzione di base.
Stress, sonno e farmaci: i segnali di un malessere sottotraccia.
Nonostante una percezione di salute generalmente alta, lo stress colpisce circa il 38% degli italiani, con picchi tra le donne (47%) e i giovani sotto i 34 anni (circa il 50%). Anche la qualità del sonno è compromessa: solo il 51% degli italiani afferma di dormire bene, sebbene al Centro la percentuale salga al 56%. L’uso di farmaci prescritti coinvolge un italiano su tre, con un chiaro aumento nella fascia over 64 (69%).
A livello globale, il 35% delle persone ricorre all’automedicazione – soprattutto i giovani sotto i 44 anni e chi ha un basso livello di istruzione. Il fenomeno è più diffuso in Paesi come Marocco (39%) e Pakistan (36%), e quasi inesistente in Vietnam (5%) e Norvegia (2%).
Tecnologia e salute mentale: una sfida crescente.
Il 50% della popolazione mondiale riconosce gli effetti negativi dell’uso eccessivo della tecnologia sulla salute fisica e sulla qualità del sonno. Un terzo riferisce conseguenze sulla salute mentale, con il 16% che soffre spesso di ansia o depressione associate all’abuso di schermi. I giovani e le donne sono i gruppi più colpiti. Questo scenario sottolinea l’urgenza di strategie mirate per promuovere un uso più consapevole della tecnologia.
Fumo, alcol e sport: abitudini in chiaroscuro
In Italia, il 21% fuma regolarmente – con un picco del 36% tra i 25-34enni – e il 14% consuma abitualmente alcolici. L’attività fisica regolare coinvolge solo il 36% della popolazione, dato che scende al 31% tra gli over 64. Globalmente, si registra una crescita: dal 37% nel 2018 al 43% nel 2025. Tuttavia, le disuguaglianze restano marcate. Il divario di genere è ancora evidente (45% uomini vs 40% donne), così come quello educativo: solo il 34% di chi ha un basso livello di istruzione fa attività fisica regolare, contro il 58% tra chi possiede un master o un dottorato. E a livello globale le differenze geografiche sono rilevanti: l’India (73%) è il Paese con la maggiore pratica sportiva, seguita da Cina (68%) e Finlandia (61%), mentre in Turchia, Ecuador e Serbia l’attività regolare è inferiore al 30%.